Perché procrastiniamo davvero: tempo, emozioni e significato

da | Set 17, 2025 | Sviluppo personale

Rimandare non è pigrizia.

“Lo faccio domani.”

Una frase che tutti abbiamo pronunciato almeno una volta. Ma cosa si nasconde davvero dietro questo rimando continuo? Perché procrastiniamo davvero?

La procrastinazione non è semplicemente mancanza di volontà o pigrizia. È un comportamento complesso, spesso legato alle emozioni difficili, alla gestione del tempo percepito e al significato personale che attribuiamo alle attività. Comprendere questi meccanismi può aiutarci non solo a fare di più, ma soprattutto a vivere meglio il nostro tempo.

In questo articolo esploriamo le diverse forme di procrastinazione, cosa ci spinge a rimandare e, soprattutto, come possiamo iniziare a costruire un rapporto più sano con il nostro tempo.

Cos’è la procrastinazione: oltre la cattiva abitudine

Procrastinare significa rimandare volontariamente un’attività, pur sapendo che questo potrà portare a conseguenze negative. Non è quindi semplice disorganizzazione, ma una vera e propria dinamica psicologica.

Una delle spiegazioni più accreditate è quella dello sconto del ritardo (Steel & König, 2006): tendiamo a preferire gratificazioni immediate (es. guardare una serie) a vantaggi futuri (es. completare un progetto), anche se più significativi. Il presente ci appare più reale e urgente del futuro.

Non è questione di forza di volontà

Contrariamente a quanto si pensa, la procrastinazione non è sempre sintomo di scarso autocontrollo. È spesso il frutto di:

  • evitamento di emozioni negative (noia, ansia, paura del fallimento),
  • meccanismi di rinforzo negativo (rimando il compito, provo sollievo, rinforzo l’abitudine),
  • perfezionismo (“se non lo faccio perfetto, meglio non iniziare”),
  • disorganizzazione (sottostima del tempo e delle risorse necessarie).

Per questo, non esiste un’unica dinamica di procrastinazione, ma diverse modalità di funzionamento che rispondono a bisogni differenti, che possono essere compresenti.

Ramirez-Basco (2010) e altri autori hanno identificato tipologie di procrastinatori. Ti invito a considerarli spunti di riflessione, per comprendere in quale ti rispecchi di più, quale può essere la tua dinamica dominante, e non profili stabili in cui identificarti:

  • Evitante: rimanda per evitare il disagio del compito.
  • Insicuro: ha poca fiducia in sé e teme il fallimento.
  • Perfezionista: aspetta condizioni ideali per agire.
  • Disorganizzato: crede di avere più tempo di quanto realmente a disposizione.
  • Passivo-aggressivo: usa il ritardo come forma di opposizione.
  • Edonista: privilegia piacere immediato a compiti doverosi.
  • Arousal seeker: cerca il brivido della scadenza imminente.
  • Indeciso cronico: evita di scegliere per timore di sbagliare.

Il costo della procrastinazione

Rimandare ha un costo, anche elevato: è associato a livelli più alti di ansia, stress, bassa autostima, insonnia e insoddisfazione (Solomon & Rothblum, 1984; Sirois, 2007; Flett et al., 2016). Inoltre, secondo Tice & Baumeister (1997), la qualità del lavoro peggiora, nonostante l’illusione di performare meglio sotto pressione.

Strategie per affrontare la procrastinazione

Ecco alcune strategie validate dalla psicologia:

  1. Auto-monitoraggio: osservare quando e perché rimandi. Capire come funzioni è il primo passo per modificare la dinamica.
  2. Scomposizione dei compiti: dividere gli obiettivi in micro-step per ridurre la pressione di iniziare.
  3. Gestione del dialogo interno: imparare a riconoscere e contrastare pensieri come “non sono pronto”, con alternative più realistiche e funzionali (es. “sto facendo del mio meglio e sarò in grado di affrontare ciò che mi aspetta, costruendo man mano le competenze che servono”). Trasforma il “non ce la faccio” in “posso iniziare da qui”.
  4. Costruzione di contesti favorevoli: eliminare distrazioni e creare ambienti di lavoro protetti (es. silenziare le notifiche del cellulare per un periodo di tempo predefinito), situazioni facilitanti (es. abbinare l’inizio di un’azione a un’altra che ci viene automatica, come bere il caffè a inizio giornata).
  5. Allenamento all’autocompassione: ridurre il giudizio interno e accogliere gli errori come parte del processo.
  6. Riscoprire il significato: chiedersi “è importante per me fare questa cosa?”.

Conclusione: il tempo come alleato

Procrastinare non è solo una cattiva abitudine. È un segnale. A volte rimandiamo attività che non sentiamo nostre, o che percepiamo come prive di senso. Altre volte, restare nella zona di comfort ci dà benefici nascosti che non abbiamo ancora messo a fuoco.

La vera trasformazione non parte dal “fare di più”, ma dal dare nuovo valore al tempo: riconoscere cosa ci fa sentire vivi, presenti, connessi.

La procrastinazione può diventare un’occasione per ascoltarci più a fondo. Non si tratta solo di gestire meglio l’agenda, ma di riconnetterci con ciò che conta davvero.

Quando diamo significato alle nostre scelte, il tempo smette di essere un nemico. E inizia a diventare uno spazio da abitare con intenzione.

Se vuoi lavorare su questo tema, il percorso Equilibrio è pensato per chi desidera costruire un tempo di valore, dentro e fuori il lavoro: definire gli obiettivi prioritari per il benessere, sviluppare strategie per monitorarli e difenderli davanti agli imprevisti della vita.

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Guida Benessere di Lavoro Presente

Claudia Della Torre,
psicologa del benessere lavorativo

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